Cuore ferito


Prologo
Era una bellissima serata d’autunno. C’era un venticello leggero che faceva ballare le foglie sul marciapiede. La gente godeva per una delle ultime volte pienamente l’ambiente dell’estate passata. Si vedevano tutti i ristoranti con le porte aperte, pieni di gente felice e di musica allegra. Alla cantonata c’era un ristorante cinese in cui la gente sembrava ancora un pò più vivace. Entrando nel ristorante si potevano vedere persone molto diverse: italiani, francesi, ma anche molti cinesi. In un angolo, circondata da cinesi, c’era seduta una ragazza bionda, pallida che sembrava debole. Conversavano animatamente.
All’improvviso si sono spente alcune lampade e la gente ha smesso di parlare. In quell’istante, in fondo al ristorante si è aperta una porta con un colpo violento. Si poteva sentire come entravano persone. La gente nel ristorante ha cominciato a gridare. Alcuni hanno provato a uscire dal locale. Si sentivano cadere tavoli e sedie. Poi un grido terribile di una persona piena di paura.

All’ospedale Sant’Andrea, il dottor Alessandro Di Pietro era di servizio notturno. Fuori sentiva le sirene dell’ambulanza che si avvicinava. Posò la penna, si alzò e corse al pronto soccorso. Qui l’aspettava già l’infermiera di servizio. “Buona sera Dottor Di Pietro. Quindici minuti fa c’è stata una chiamata d’emergenza da un ristorante cinese del centro. Sembra che ci sia stata una coltellata con tanti feriti.” “Grazie mille signorina Bianchi. Vado a prepararmi per eventuali operazioni.”
Fuori una macchina si era fermata e le infermiere e i dottori erano usciti dall’ospedale per ricevere i feriti. “Abbiamo soltanto una ferita. Gli altri sono morti subito nel ristorante. Non abbiamo potuto più fare niente per loro. La ferita si chiama Eva Rosselini e ha ventitré anni.” Dato che l’ospedale era ben organizzato, pochi istanti dopo la ferita era nella camera d’analisi. Due medici e quattro assistenti fecero una radiografia del polmone, mentre era ancora svenuta. Dopo la portarono in una stanza d’operazione dove suturarono le varie ferite aperte e le diedero infusioni contro i dolori.
All’alba, dopo un’operazione di tre ore e mezzo, era arrivato il momento di discussione delle radiografie. “Fortunatamente nessun colpo ha toccato il polmone. Però qui vediamo che la colonna vertebrale è stata ferita gravemente. Forse quando la paziente si sveglierà, avrà sintomi di paralisi. Speriamo di no!” “Quale misure dobbiamo prendere?”, chiese un assistente. “Prima che si possa fare qualcosa di specifico, dobbiamo aspettare fino a che le ferite si siano cicatrizzati e il corpo si sia rimesso dalle eccitazioni. Poi nel caso che i nervi siano stati toccati, dobbiamo trasferirla in centro di riabilitazione.”
Due giorni e due notti erano passati senza che la povera ferita avesse mostrato un segno di vita. Venerdì sera alle nove e un quarto, Eva, per la prima volta, aprì gli occhi. Erano occhi azzurri. Un azzurro di mare chiaro e puro e andava benissimo con il suo colorito pallido e i suoi capelli biondi. Nello stesso istante, il dottor Di Pietro entrò nella camera per controllare lo stato della sua paziente. Molto felice di vederla sveglia avvicinò al letto.
“Buona sera. Che bello vederla sveglia! Come sta?”
“Buona sera. Dove sono? Che cosa è successo?”
“C’è stata una coltellata e Lei è stata ferita. Ora si trova all’ospedale Sant’Andrea. È venerdì sera e Lei è stata priva di sensi per più di due gironi. Come si sente? Ha dolori da qualche parte?”
“Mi sento come se ci fosse della nebbia intorno a me. E non posso muovermi.”
“Riesce a sentire le sue gambe?”
“Sì, sento un solletico, ma non posso muoverle. Mi fa paura!”
“Non si preoccupi. C’è nebbia perché Lei ha ricevuto tanti medicamenti; passerà fra poco. Il fatto che Lei non possa muovere le gambe deriva da un nervo leggermente ferito. Ma se lei può sentire un solletico è un buon segno. Deve cercare di addormentarsi e di riposarsi adesso. Le mando un’infermiera.” Con questa frase il dottore se ne andò.
La mattina prossima, al colloquio con i dottori e gli assistenti, Eva sembrava stare già un po’ meglio. Riusciva a ricordarsi di nuovo delle vicende al ristorante. I dottori l’avevano informata delle sue ferite ed ora stavano discutendo le successive misure. “Fra una settimana il suo corpo si sarà rimesso dallo stress e le ferite saranno risanate. Poi potremmo trasferirla al centro di riabilitazione San Giuseppe.”
Era lunedì, una settimana dopo l’operazione. Eva, in sedia a rotelle, stava scendendo nell’ascensore accompagnata da due assistenti. Uno portava i suoi bagagli e l’altro la spingeva. Ad un tratto squillò il suo telefonino. Lei guardò il numero indicato ma non le ricordava niente. Allora prese la telefonata: “Sì, pronto!” Prima non sentì niente, ma poi come un fischio di un treno slanciato e lungo una voce maschile le bisbigliò con cattiveria: “Brutta puttana. Questa volta ti sei salvata. Ma la prossima volta ti ucciderò.”
- “Ma chi è Lei?”, chiese Eva. La mano le tremava e le cadde a terra il telefonino. In quell’istante le porte dell’ascensore si aprirono e fuori vide il dottor Alessandro Di Pietro. Lui si chinò per raccogliere il telefonino e glielo pose nella mano ancora tremante. Poi la accompagnò fuori sul parcheggio dell’ospedale dove l’aspettava una macchina scura.
Eva si congedò dagli assistenti, gettò uno sguardo enigmatico al dottore e salì nella macchina. Dopo un viaggio di un’ora ed un quarto la macchina arrivò finalmente al centro di riabilitazione. Di nuovo fu ricevuta da due assistenti. “Benvenuta al San Giuseppe! Come sta?”
“Stante le attuali condizioni sto bene.”
“Vedrà, starà bene da noi. Faremo tutto per la sua guarigione. Adesso La portiamo dal primario. La esaminerà brevemente e poi forse potremo già iniziare con la fisioterapia.”
“Grazie mille!”
- “Ha telefonato Suo marito per sapere se fosse già arrivata. Gli abbiamo detto che Lei lo avrebbe richiamato quando fosse arrivata.”
- “Mio marito?”, chiese spaventata Eva.



Indicazioni per il seguito:

1. Eva non ricorda di essere mai stata sposata, ma il suo ex-fidanzato è un tipo violento e molto geloso.
2. Il dottor Alessandro Di Pietro è vedovo e ha un figlio di 10 anni di cui si occupa da solo.
3. L’ultima frase della storia è la seguente:

“… Alessandro la aiutò ad alzarsi dalla sedia a rotelle e la fece stare in piedi da sola. Allora Eva prese in mano tutto il suo coraggio, fece con forza due passi, si avvicinò al dottore e lo guardò a lungo negli occhi. Poi, come se si fossero decisi nello stesso istante, le loro labbra si avvicinarono per un bacio lungo e caldo. “Ecco”, disse allora lui “ora tutto è a posto”. Eva gli sorrise.”